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Turbulent America Jean-Pierre Laffont

Turbulent America Jean-Pierre Laffont
17/02/2019 - 16:00 to 30/05/2019 - 22:00

a cura di Eliane Laffont
in collaborazione con Photo Op

dal 17 febbraio al 30 maggio

sabato 16 febbraio

sala conferenze quarto piano, ore 17.30
Jean-Pierre Laffont incontra Lello Piazza e Livia Corbò

 

sala espositiva terzo piano, ore 19.00
inaugurazione mostra
a seguire aperimostra

orario mostra
dal mercoledì alla domenica dalle 16.00 alle 20.00
Aperta il 25 aprile e il 1° maggio

ingresso libero

La mano di un bambino stringe una pistola, una mano adulta aggrappata attorno a essa per aiutare a stabilizzare e guidare l'arma pesante. L'anno è il 1981, quando si stabilì in Texas un campo per insegnare ai bambini l'uso di armi da fuoco, e il fotografo è Jean-Pierre Laffont - un membro fondatore delle agenzie fotografiche Gamma e Sygma.

Altre immagini: un primo piano di Martin Luther King in un raduno di pace nel 1967 con la costruzione delle Nazioni Unite riflessa nei suoi occhi. O un'immagine del 1984 delle torri gemelle accanto alla Statua della Libertà, la seconda avvolta da un'impalcatura durante un lifting. Immagini piene di intensità, un significato che deriva dalla conoscenza di eventi storici e preoccupazioni attuali. Questo è il potere della singola immagine.

Turbulent America, la mostra fotografica che sarà inaugurata sabato 16 febbraio nell’area espositiva al terzo piano del Centro Culturale Candiani,è un ampio ritratto degli Stati Uniti visti dagli occhi di un fotografo francese.

Jean-Piere Laffont arriva a New York nel 1965 e, per più di tre decenni, viaggia attraverso il Paese cercando di immortalarne lo spirito.

É un francese che vive in America ma è nato in Algeria, cresciuto in Marocco ed educato in Svizzera prima di iniziare a lavorare come ritrattista di star del cinema a Parigi: questo background culturalmente eterogeneo gli ha indubbiamente consentito uno sguardo estraneo e sofisticato con cui esaminare un paese in divenire.

Quando giunse a New York la città era sporca e pericolosa, il paese stava attraversando cambiamenti profondi e sembrava che tutti scendessero in piazza a manifestare.

Percorse gli Stati Uniti in lungo e in largo, da Manhattan agli Stati centrali, raccontando icambiamenti radicali che investirono la realtà americana, coprendo l’intera gamma dello spettro sociale dai nullatenenti alla cerchia presidenziale.

Le sue immagini sono la prova di ciò che può accadere quando si abbatte un muro e si inizia a guardare veramente. Le fotografie di Jean-Pierre Laffont mostrano raramente gli eventi delle notizie del giorno, si concentrano piuttosto, sulle motivazioni che ne sono alla base: il suo intento è spiegare le cause e gli effetti di quelle notizie. È stato capace di catturare gli aspetti più personali delle persone che fotografava. Ha puntato l’obiettivo su disadattati, indigenti, ribelli. Ha focalizzato l’attenzione sull’esplosione della rivoluzione sessuale, sul movimento dei diritti civili e le conseguenze delle restrizioni alla libertà di parola.

Turbulent America è il ritratto sorprendente della velocità plateale della vita americana, delle sue divisioni traumatiche, delle sue ambizioni inebrianti, dei suoi eroi e le sue eroine e della parata senza fine di personaggi falliti e strambi. L’obiettivo di Laffont, offre un assaggio delle principali questioni politiche nel momento stesso in cui sono emerse, sfumate o degenerate.

Immerso nel suo archivio per dare vita a Turbulent America, Jean-Pierre Laffont ha notato che, a un primo sguardo, le singole fotografie scattate durante quel quarto di secolo sembrano ritrarre solo una gran confusione.... rivolte, manifestazioni, disgregazione, crolli e conflitti. In realtà, prese nel loro insieme, mostrano la nascita caotica e a tratti dolorosa dell’America del ventunesimo secolo: “Fanno ciò che che le fotografie sanno fare al meglio: congelano nel tempo momenti decisivi per un’analisi futura. Queste immagini costituiscono un ritratto personale e storico di un paese che ho sempre osservato in modo critico, ma con profondo affetto e per il quale provo un’immensa gratitudine”.